Buono mensile per celiaci: aiuta o limita il mercato del senza glutine?

È una tutela necessaria. Ma l’erogabilità orienta gli acquisti e può rendere più difficile la vita ai prodotti che restano fuori dal Registro nazionale.

Il buono mensile per celiaci è una forma di assistenza sanitaria. Permette di affrontare almeno in parte il maggiore costo degli alimenti sostitutivi e riconosce che la dieta senza glutine, per chi ha ricevuto una diagnosi, è una necessità permanente.

La tutela va mantenuta. La domanda riguarda gli effetti che il sistema dell’erogabilità produce sulle scelte dei consumatori e sul mercato del senza glutine.

Più di dieci anni fa mi ero già chiesto se i buoni mensili avessero ancora senso. Oggi la questione si presenta in termini diversi. L’offerta è cresciuta, sono arrivati nuovi produttori e la qualità media di molte categorie è migliorata. Il meccanismo, però, continua a incidere sul modo in cui compriamo e sul tipo di prodotti che le aziende decidono di sviluppare.

Possiamo quindi difendere il diritto all’assistenza e, nello stesso tempo, domandarci se il sistema lasci abbastanza spazio alla libertà di scelta.

Come funziona il buono mensile per celiaci

Il Servizio sanitario nazionale riconosce alle persone con diagnosi di celiachia un budget mensile. L’importo varia in base all’età e al sesso e può essere utilizzato per acquistare gli alimenti inseriti nel Registro nazionale dei prodotti erogabili del Ministero della Salute.

Nel Registro entrano gli alimenti “senza glutine specificamente formulati per celiaci” destinati a sostituire quelli tradizionalmente prodotti con cereali contenenti glutine. Si tratta soprattutto di pane, pasta, farine e prodotti da forno. Il decreto del 10 agosto 2018 ha mantenuto l’erogabilità per queste categorie. Lo stesso decreto ricorda che una parte dell’alimentazione quotidiana deve provenire da riso, mais, patate, legumi e altri alimenti naturalmente privi di glutine. Il criterio ha una sua logica. Il sostegno pubblico interviene dove la persona celiaca deve acquistare un prodotto sostitutivo, spesso più costoso rispetto a quello convenzionale. Il problema nasce quando la possibilità di utilizzare il buono diventa uno dei principali criteri di scelta.

Il prezzo percepito cambia

Un prodotto erogabile e uno non erogabile non competono nelle stesse condizioni. Per chi dispone ancora del credito mensile, il primo può essere acquistato senza un esborso immediato. Il secondo deve essere pagato interamente. La differenza non dipende necessariamente dal gusto, dalla composizione o dal valore nutrizionale. Dipende dalla presenza del prodotto nel Registro. È comprensibile che il consumatore cerchi di utilizzare il budget disponibile. Quel credito serve proprio ad alleggerire il costo della dieta senza glutine. Questo comportamento, però, concentra una parte consistente degli acquisti sui prodotti erogabili. Un pane fresco preparato da un piccolo laboratorio, un prodotto artigianale o una referenza sviluppata da un’azienda che non ha richiesto l’erogabilità possono trovarsi a competere con alimenti acquistabili attraverso il buono. Anche quando il prodotto fuori Registro è interessante, la scelta diventa più difficile. Non basta convincere il consumatore che sia buono. Bisogna convincerlo a pagarlo mentre può utilizzare il credito per un’alternativa erogabile.

Che cosa compreremmo senza il buono?

È la domanda che ho posto anche sui social: se domani il buono mensile sparisse, compreremmo ancora gli stessi prodotti? Non è una provocazione contro il sostegno economico. Serve a distinguere due motivazioni che spesso si sovrappongono: scelgo questo alimento perché mi piace oppure perché posso acquistarlo con il credito del Servizio sanitario nazionale? In molti casi le due ragioni coincidono. Esistono prodotti erogabili di buona qualità che sarebbero acquistati anche fuori dal sistema. In altri casi, invece, la possibilità di utilizzare il buono può pesare più del gradimento reale. Questa distinzione interessa anche le aziende. Entrare nel Registro permette di accedere a una domanda sostenuta dal contributo pubblico. È una possibilità prevista dalla legge. La questione si pone quando l’erogabilità diventa la ragione principale per cui il prodotto continua a essere scelto. Un’impresa dovrebbe domandarsi se il proprio pane, la propria pasta o i propri biscotti sarebbero acquistati anche dopo l’esaurimento del credito mensile. Il prodotto convince per il gusto e per il rapporto tra qualità e prezzo? Oppure la sua forza commerciale dipende soprattutto dalla possibilità di ritirarlo con il buono? La risposta permette di capire quanto il settore sia capace di crescere anche fuori dal circuito assistito.

I prodotti che restano fuori dal Registro

Il mercato del senza glutine è cambiato molto da quando ho ricevuto la diagnosi di celiachia, nel 2011. L’offerta è aumentata e sono nate bakery, pizzerie, laboratori e piccole imprese che hanno lavorato sulla qualità del prodotto. Una parte di questa offerta resta fuori dal Registro. A volte è una scelta aziendale. In altri casi incidono le dimensioni dell’impresa, il modello di vendita o la tipologia del prodotto. Per queste attività raggiungere il consumatore celiaco può essere più difficile. Il cliente può apprezzare il prodotto, ma deve aggiungere quella spesa agli acquisti già effettuati attraverso il budget mensile. Si crea così un mercato con due velocità. Da una parte ci sono i prodotti erogabili, sostenuti da una domanda che dispone di risorse dedicate. Dall’altra ci sono quelli pagati direttamente dal consumatore, che devono conquistare spazio attraverso il gusto e un prezzo ritenuto accettabile. Essere presenti nel Registro non è un giudizio di qualità. Allo stesso modo, restarne fuori non rende un alimento automaticamente migliore. Il Registro certifica l’accesso al sistema di erogazione. Non stabilisce quale pane sia più buono, quale pasta tenga meglio la cottura o quale prodotto abbia la composizione più adatta alle esigenze del singolo consumatore. È una distinzione semplice, ma nella percezione di chi acquista può perdersi.

Anche gli assortimenti seguono la domanda

Quando una parte rilevante degli acquisti si concentra sui prodotti erogabili, farmacie, negozi specializzati e punti vendita autorizzati costruiscono l’assortimento intorno a quella domanda. Lo scaffale tende a privilegiare ciò che può essere acquistato attraverso il budget. Un prodotto fuori Registro deve dimostrare di avere una richiesta sufficiente anche quando il cliente deve pagarlo direttamente. Il sistema influenza quindi decisioni che precedono l’acquisto: quali prodotti sviluppare, quali distribuire e a quali referenze assegnare più spazio. Questo non significa che il buono abbia impedito l’innovazione. Il sostegno pubblico ha contribuito alla tenuta di un mercato che, soprattutto in passato, aveva dimensioni ridotte. Ha dato alle aziende una domanda più prevedibile e alle persone con celiachia un accesso più semplice ai sostitutivi. Oggi il mercato è cambiato. Esistono più alternative e una parte dei consumatori cerca prodotti capaci di competere per gusto e qualità con quelli convenzionali. Per questo possiamo iniziare a valutare anche gli effetti meno evidenti dell’erogabilità. Il tema dei prezzi resta aperto. Già in passato ho raccontato quanto possa cambiare il costo dello stesso genere di prodotto tra grande distribuzione e canali convenzionati, come nel caso del panettone senza glutine. Il contributo pubblico dovrebbe aumentare il potere di scelta della persona celiaca. Occorre verificare che non finisca, invece, per proteggere prezzi che in un mercato più aperto potrebbero essere messi maggiormente in discussione.

Più tutela, più libertà di scelta

Esaminare gli effetti del meccanismo non significa chiedere l’abolizione del buono mensile per celiaci. Significa domandarsi come difendere il diritto all’assistenza senza trasformare il Registro nel confine entro il quale si muove quasi tutto il mercato. Le modalità di erogazione sono ancora disciplinate dalle Regioni e dalle Province autonome. Le differenze territoriali possono incidere sui canali nei quali il credito è utilizzabile e sulle possibilità di acquisto offerte alle persone con celiachia. Servirebbe una maggiore uniformità nazionale. Andrebbero osservati con attenzione i prezzi praticati nei diversi canali, la varietà degli assortimenti e la quota di spesa che i celiaci destinano ai prodotti fuori Registro. Questi dati aiuterebbero a capire quanto il buono sostenga la libertà di scelta e quanto, invece, orienti gli acquisti verso ciò che è erogabile. C’è poi un problema di informazione. La dieta senza glutine non coincide con il consumo di sostitutivi. Gli alimenti naturalmente privi di glutine hanno un posto preciso nell’alimentazione quotidiana e possono ridurre la dipendenza dai prodotti confezionati. Il buono resta una tutela. Proprio per questo dovrebbe aiutare la persona celiaca a scegliere, senza diventare il motivo principale per cui sceglie un determinato prodotto.

La domanda dalla quale partire è concreta: quando mettiamo un alimento nel carrello, lo stiamo scegliendo perché ci convince oppure perché è erogabile?

La risposta riguarda noi consumatori. E riguarda anche le aziende che vogliono costruire il proprio futuro nel mercato del senza glutine.

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