Il Pinocchio di Garrone tra ironia e realtà .

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Ho rimandato più volte la visione di Pinocchio, l’unico film di Garrone che mi mancava.
Amo Garrone almeno quanto detesto Benigni – l’ultimo Benigni, buonista, ruffiano, costruito per non dire finto.
Ho letto critiche positive  ma anche molte negative, così ho deciso di valutare da me.

Ebbene, Garrone sa raccontare le favole, lo aveva dimostrato con Il Racconto dei racconti e lo conferma con Pinocchio.

La storia si svolge con un giusto equilibrio tra favola, ironia, crudo realismo alla Garrone misti a poesia valorizzata dalla fotografia emozionante di Nicolaj Brüel che, come in Dogman, fa virare le immagini verso sognanti toni freddi verde-azzurri, che contribuiscono a proiettarci in una dimensione irreale.

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Il protagonista del film resta Pinocchio, la figura di Benigni risulta tollerabile in quanto poco presente e in quanto “poco Benigni”, non interpreta se stesso ma ne esce come un -buon- attore qualsiasi al servizio di un grande regista; in alcune scene riesce addirittura ad emozionare senza scadere in trucchetti ruffiani in stile “la vita è bella”.

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Burattini realistici e attori in carne e ossa che sembrano fatti di cartapesta, volti consumati come le costruzioni dei borghi che abitano.
Scenografie, costumi e trucco più che meritevoli del premio all’edizione 2019 del David di Donatello.
Un film ben congeniato, girato e interpretato magistralmente, ben fotografato, visivamente appagante e  con un cast notevole.
L’unica pecca resta purtroppo il soggetto, trito e ritrito, che lascia ben poco alla suspance, anche grazie alla fedeltà del regista alla fiaba di Collodi.
Tuttavia resta un film di Garrone, quindi un esempio di grande cinema italiano di alto livello.

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“Pinocchio”, 2019, Matteo Garrone

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